Pubblicato da: gcarlucci | gennaio 22, 2008

La pillola Ru 486

pillola ru486                PILLOLA Ru 486

Premesso che la pillola Ru 486 impiegata da sola come abortivo si caratterizza per un’inefficienza tale da renderla inutilizzabile e rendere necessario l’impiego aggiuntivo di un secondo farmaco prostaglandinico per incrementarne l’efficacia abortiva, è evidente che l’esame di sicurezza deve comprendere non solo la molecola mifepristone, ma la procedura di aborto farmacologico nel suo complesso.

È un dato non smentibile quello riportato già dal dicembre 2005 sulla prestigiosa rivista di medicina clinica New England Journal of Medicine secondo cui la mortalità associata all’aborto farmacologico è dieci volte maggiore di quella associata all’aborto chirurgico, a parità di età gestazionale.

Dopo quello studio altre pubblicazioni scientifiche hanno segnalato casi di donne morte dopo l’aborto medico per cause tra loro diverse, dalla morte per porpora trombotica trombocitopenica, a quella dovuta a nuovi casi di infezioni dovute al raro batterio Clostridium Sordellii. Oltre a quelli riportati dalle riviste internazionali di medicina, sono conosciuti altri casi che elevano al numero complessivo di almeno sedici le donne decedute dopo aborto farmacologico. Tra queste almeno tre donne decedute in Gran Bretagna, una ragazza di sedici anni morta a seguito di un’emorragia massiva, una donna americana morta per la rottura tubarica non riconosciuta a causa della sintomatologia molto simile a quella riscontrata abitualmente in corso di aborto farmacologico.

In Inghilterra e Galles il tasso di complicanze registrato negli anni 1992-2006 dopo aborto medico è mediamente tre volte maggiore rispetto a quello dell’aborto chirurgico a parità di età gestazionale, similmente è doppia l’incidenza di complicanze che necessitano di ricovero ospedaliero. Le segnalazioni pervenute alla FDA dal Settembre 2000 al Settembre 2004 di eventi avversi insorti dopo l’aborto con la RU 486 comprendono 237 casi di emorragia e tra questi 42 tali da minacciare la vita della donna, 7 casi di shock settico, di cui tre mortali, 513 interventi chirurgici, di cui 235 eseguiti in urgenza, 11 casi di rottura tubarica, 66 casi d’infezione, un numero salito a 950 in pochi mesi. (la cifra si deve intendere riferita al numero totale di eventi avversi segnalati alla FDA, non ai soli casi di infezione.)

 Non migliore è risultato il profilo di tollerabilità dell’aborto farmacologico, dal momento che nettamente maggiore è l’incidenza di sanguinamento, emorragie, febbre, vertigini. Sebbene prima della procedura abortiva le donne pensino che il metodo farmacologico sia meno doloroso, il dolore è sette volte più frequente nelle donne dopo l’aborto medico. Il dolore severo è riportato in oltre la metà dei casi, è massimo in un caso su quattro, non beneficia dalla somministrazione di farmaci anti-infiammatori e richiede farmaci oppiacei nel 25% delle donne. A tutto questo si associa la non migliore tollerabilità psicologica dell’aborto farmacologico che anzi, quando la donna vede l’embrione espulso mentre controlla le perdite ematiche, si associa a incubi, flashbacks e pensieri intrusivi relativi all’esperienza. Assume particolare significato inoltre la perdita di una percentuale fino a un quinto delle donne che a seguito della domiciliazione della procedura abortiva farmacologica non si presentano ai previsti controlli, con evidente pregiudizio della capacità di controllo delle eventuali complicanze da parte dei sanitari.  Risulta inoltre incongruente col parere ripetutamente espresso dal Consiglio Superiore di Sanità la pratica di aborti farmacologici in cui oltremodo diffuso è il ricorso all’auto-dimissione, dove la colpa di eventuali complicazioni ricade così interamente sulle stesse donne. È inoltre accertato che includendo le donne perse al follow-up il tasso di fallimenti dell’aborto farmacologico è pari al 10%. Ne deriva che una percentuale nettamente superiore di donne è costretta col metodo farmacologico a subire una doppia procedura abortiva.  Si tratta di un rischio così concreto che nel periodo dicembre 2005-dicembre 2006 nella regione Toscana ben il 16,5% delle donne che sono state sottoposte ad aborto medico ha comunque dovuto subire anche l’intervento chirurgico.

Stupefacente è inoltre l’evidente sottovalutazione espressa dal ministro nei confronti del possibile incremento del ricorso all’aborto conseguente alla diffusione della pillola abortiva; rischio da porre in relazione all’incremento della disposizione ad abortire registrato in nazioni come la Francia, l’Inghilterra, il Galles, la Scozia, la Svezia dopo la commercializzazione della Ru 486.

Sulla base di questi elementi di fatto desideriamo conoscere se, ed in caso affermativo su quale base, il ministro ritiene l’impiego della RU-486 compatibile e coerente con la legge 194 sulla interruzione volontaria della gravidanza, in particolare con gli articoli 8 e 15 della legge, e privo di per sé  di effetto induttivo o facilitante delle procedure abortive.

   

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